La separazione delle carriere non pregiudica l’indipendenza dei pm

Editoriale a firma dell’avvocato Alessandro Gerardi, Tesoriere del Comitato radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, sul quotidiano il Dubbio, 9 agosto 2017

Gli ultimi casi di cronaca giudiziaria dimostrano che in Italia la separazione delle carriere dei magistrati è una riforma quanto mai necessaria e ciò sulla base di alcune semplici considerazioni: 1) nel corso degli ultimi anni la discrezionalità dei Pubblici Ministeri si è dilatata enormemente per effetto di varie circostanze ed ha fatto un salto di qualità notevole rispetto al recente passato. L’organo inquirente, infatti, ha oggi una grande discrezionalità sia nello scegliere se iniziare o meno le indagini (quali reati perseguire e chi perseguire), sia nella scelta dei mezzi di indagine e sia nel decidere quale pubblicità e risonanza dare all’esterno alla sua indagine. Se tutto ciò è vero, allora diventa indispensabile controbilanciare una discrezionalità così elevata. Una tecnica è appunto quella di separare pubblici ministeri e giudici in modo da costringere i primi a confrontare le loro ipotesi accusatorie non con dei colleghi, ma con degli appartenenti ad un altro potere; 2) attualmente giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa corporazione e, quindi, alle stesse correnti associative dalle cui decisioni dipende gran parte della loro carriera. I rapporti stretti che inevitabilmente si creano tra di loro intaccano inevitabilmente l’effettiva terzietà del Giudice rispetto alle parti del processo; 3) se giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, se cioè nel comune sentire sono entrambi “giudici”, allora lo stesso avvio dell’azione penale da parte di chi è assimilato al giudice che applica la legge è visto dall’opinione pubblica come una anticipazione di condanna. La soluzione a tutto questo è data dalla proposta di legge costituzionale sulla quale Unione delle Camere Penali e Partito Radicale stanno raccogliendo le firme. Nonostante un mito diffuso ad arte nel recente passato, la separazione delle carriere dei magistrati non pregiudica necessariamente l’indipendenza dei pubblici ministeri, ad esempio in questa proposta ideata da UCPI si prevede espressamente che spetta alle norme dell’ordinamento giudiziario il compito di assicurare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura requirente, per cui provvedimenti incidenti sullo status dei pubblici ministeri non potranno essere adottati da organi politici, il che esclude qualunque forma di loro dipendenza dall’esecutivo che è pur prevista in tanti altri Paesi che hanno una tradizione democratica molto più antica della nostra. Anche i magistrati dell’accusa avranno il loro organo di auto-organizzazione, per giunta presieduto dal Capo dello Stato, come garanzia ulteriore della indipendenza del corpo dei pubblici ministeri. Ancora oggi, quindi, il tema della separazione delle carriere, sebbene fuori dall’agenda politica, rappresenta un nervo scoperto per la giustizia italiana, lo hanno capito i quasi 60mila cittadini che hanno già sottoscritto questa proposta di legge con ciò inviando un autentico segnale politico alle Istituzioni.

Comitato Calamendrei

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